LA MAFIA DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI
Cercheremo, nello spazio esiguo consentito da una breve ricerca, di approfondire l'evoluzione storica della mafia, evidenziandone i momenti sia di continuità che di cambiamento. Molti studiosi fanno partire la storia della mafia dall'Unità d'Italia. E questo non perché prima fosse assente nella Penisola una qualche forma di criminalità che somigliasse a quella mafiosa, ma perché è in quel momento storico che si evidenzia un conflitto palese tra questa criminalità - che va organizzandosi in maniera sempre più rigida - e lo Stato, almeno nelle forme centralistiche e oppressive in cui quest’ultimo si evidenziò all’indomani dell’unità nazionale..
L'Unità d'Italia rafforzò nel Mezzogiorno un processo di fine della struttura feudale delle campagne, nel momento in cui l'economia veniva integrata, seppure faticosamente, a quella del resto del Paese. Come è già stato accennato, il nuovo governo piemontese si sovrappose infatti ad una struttura sociale meridionale già per molti aspetti affermata in modo originale nel tessuto sociale, senza riuscire ad interagire positivamente con essa. Conseguenza di questi cambiamenti fu che nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, che in altri paesi ed anche in altre zone d'Italia fu tipicamente un compito affidato alla classe borghese imprenditoriale, aiutata nella sua affermazione dallo stato liberale, venne assunto da alcuni personaggi che presero il nome di "campieri" (perché controllavano i campi) o "gabelloti", in quanto riscuotevano, per conto del padrone, le "gabelle". Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea come un'organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza, che altrove sono di competenza dello Stato.
Per farlo, i mafiosi ebbero fin dalle origini contatti molto stretti con il potere pubblico. A quell'epoca le collusioni più evidenti erano con il corpo dei "militi a cavallo", una forza di polizia addetta al controllo delle campagne. Poiché tali militi avevano una responsabilità diretta per i danni arrecati alle proprietà rurali, che erano tenuti a risarcire, avevano la tendenza a cercare di evitare i furti, spesso mettendosi d'accordo con briganti e mafiosi perché li facessero in territori non di loro competenza. Ma le collusioni, fin d'allora, non si limitavano ai bassi livelli, ma arrivavano a toccare le autorità prefettizie (che avevano allora molto più potere che oggi) e, segno di grande continuità con l'oggi, i politici. Ed è del tutto naturale che il terreno per queste collusioni era più nelle città, dov'era concentrato il potere politico, che nelle campagne. In questo senso, di recente, S. Lupo ha sostenuto che è un errore considerare la mafia delle origini soltanto come mafia rurale, in quanto il ruolo delle città, come luogo politico e commerciale, era invece molto importante.
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STORIA DELLA PAROLA MAFIA
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L’origine della parola Mafia non è conosciuta precisamente. Secondo una versione dei fatti, nacque dall’invasione francese della Sicilia nel 1282 e dal motto "Morte alla Francia Italia Anela" o M.A.F.I.A.
- Per altri deriva invece dal nome della tribù araba che si stanziò a Palermo(Ma-afir), per altri dal toscano maffìa (miseria);mentre lo studioso del folclore G.Pitrè lo ricava dal vocabolo del gergo palermitano che in origine significava "bellezza, coraggio, superiorità."
Solo nel 1865 venne usato nel suo significato più attuale per indicare un’insolita forma di associazione a delinquere*.
Del tutto fantasiosa è invece l’interpretazione di mafia come acrostico di Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti.(sic!).
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Lo "spirito della mafia" indica una mentalità di eccessivo orgoglio, di prepotenza e superbia, secondo cui per essere veri "uomini d’onore" bisogna far valere le proprie ragioni senza scrupoli morali con ogni mezzo: dal duello rusticano all’agguato con la lupara.
Lo "spirito della mafia" poggia su un codice d’onore, non scritto ma egualmente rispettato, retto da due regole inderogabili: l’omertà, che impone a tutti il più assoluto silenzio e l’avvertimento preliminare dell’avversario nel "regolamento di conti".
- Il rapporto tra gli “uomini d’onore” e gli affiliati è molto stretto, in quanto è proprio da questo che si intrecciano i collegamenti tra affiliati e “cosca”,
- Questa parola deriva dal dialetto siciliano e significa “carciofo” : essa sta ad indicare il rapporto assai stretto che si viene a stabilire tra i membri, uniti tra di loro come le foglie del carciofo.
- Tale rapporto si rinvigorisce, assumendo i tratti tipici della sussidiarietà e del reciproco sostegno e aiuto in caso di necessità, attraverso la ferrea legge storica dell’omertà ( assoluta segretezza circa le informazioni, che possono circolare solo all’interno della ristretta cerchia degli adepti come in tutte le società segrete).
- E’arrivato adesso il momento di riassumere in modo sintetico la storia più recente del fenomeno mafioso.
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Agli inizi del '900 a causa della grave crisi agricola, un' imponente massa di contadini meridionali e in particolare siciliani emigrò nel "Nuovo Mondo", soprattutto negli USA. Dunque la mafia fu trapiantata negli Stati Uniti e si chiamò "mano nera" o anche "Cosa Nostra". Questa nuova organizzazione assunse ben presto caratteristiche gigantesche.
- Nel primo decennio del Novecento Giovanni Giolitti, lo statista più “longevo” della storia recente dell’Italia, si giovò dell’operato degli “uomini d’onore”(i gentiluomini) per rafforzare il controllo governativo dell’elettorato meridionale, specie nelle campagne.
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Durante il regime fascista la mafia siciliana fu sottoposta a severissime misure repressive. Memorabile fu l’opera svolta dal prefetto C. Mori che costrinse numerosi mafiosi a trasferirsi negli Stati Uniti
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Al termine della II guerra mondiale la mafia riacquistò vigore grazie all’opera delle truppe d’occupazione e delle popolazioni locali
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L’agitato periodo post-bellico offrì alla mafia l’opportunità di rinforzarsi e di estendere i suoi interessi fino ad occuparsi dello spaccio di droga e del racket del commercio, nel mercato generale, nell’industria e nell’edilizia.
Negli anni '60 una nuova mafia più spietata e sbrigativa di quella tradizionale cominciò a contendere alla mafia "storica" il controllo del territorio.
Le numerose cosche mafiose entrarono in guerra tra loro in un crescendo di violenza, contraddistinta da numerosi delitti "trasversali" (per punire o eliminare intere famiglie).
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Durante gli anni '80 la mafia ha incrementato ulteriormente il suo potere nonostante l’infaticabile opera degli organi di polizia e della Magistratura.
Numerosi investigatori e magistrati hanno pagato con la vita il loro impegno professionale e civile contro la "Piovra".
Le organizzazioni sindacali stanno organizzando forme di resistenza collettiva alla mafia, consapevoli del fatto che è la solitudine a consentire alla mafia di colpire.
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Fra tutte le numerosissime organizzazioni mafiose, "Cosa Nostra Americana” è quella che raggiunge le dimensioni di un vero e proprio Stato. Non è un’associazione per delinquere, ma un’organizzazione criminale strutturata come uno Stato, con un "popolo" (gli "uomini d’onore"), un "territorio", un "ordinamento giuridico" che prevede regole ataviche, quali l’omertà, il rispetto delle gerarchie, il rigido controllo da parte delle famiglie e delle cosche, lo scopo mutualistico degli associati e le relative sanzioni. "Cosa Nostra" è divenuta un "contropotere criminale", in quanto la sua struttura organizzativa non è protesa solo a consumare delitti, a controllare attività economiche, a conseguire vantaggi ingiusti o allo scambio di voti, ma è altresì volta al perseguimento di vere e proprie strategie, ora in collusione ora in contrasto con i poteri legittimamente costituiti.
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Come tutte le società segrete, la mafia ha in genere una struttura di tipo verticale. Il capofamiglia nomina il "sottocapo" ed i capidecina che hanno il compito di coordinare gli uomini d’onore, i picciotti. L’organizzazione base è la famiglia, non quella di sangue, ma un gruppo mafioso che controlla un pezzo di territorio, in genere un paese o un quartiere di una grande città oppure più paesi se questi sono piccoli. E’ una funzione vitale, quella del controllo del territorio, che si snoda attraverso forme di contiguità con ambienti della politica e delle istituzioni.
Sempre più spesso la struttura decisionale ha carattere territoriale (la commissione , l’organismo più importante di Cosa Nostra, in Sicilia. è regionale).
- In questi ultimi si è accresciuto il potere assoluto di alcuni Boss, come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Giuseppe Madonna in Sicilia.Il numero uno è sicuramente Totò Riina e subito dopo viene Giuseppe Madonia. Questi due sono stati anche indicati come rappresentanti mondiali a Palermo, nel senso che vi è un altro organismo più in alto che comanda tutte le famiglie di Cosa Nostra sparse nel mondo. Il 30 Giugno 1992 il pentito Leonardo Messina rivelò ad un pool di magistrati la struttura e gli uomini di Cosa Nostra.
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Oggi a capo di Cosa Nostra ci sarebbe Bernardo Provenzano che molti credevano morto. S’è rifatto vivo dopo l’arresto di Riina con una lettera inviata al Presidente del Tribunale di Palermo. Fotografie vecchie di 30 anni lo descrivono come un tipo biondo e tarchiato. Nessuno da allora lo ha più visto, ma tutti i pentiti sono concordi nel definirlo una belva assetata di sangue, proprio come Riina del quale è stato compagno di giochi e nefandezze. La sua morte era data per certa fino all’aprile 1992, quando la moglie Saveria Palazzolo, ricomparve in paese assieme ai tre figli dopo un’assenza di 10 anni. Come se non fosse successo nulla in tutto quell’arco di tempo, la donna riaprì la vecchia casa e riprese a vivere in mezzo alla gente, lasciando di stucco tutti, compresi i rappresentanti delle forze dell’ordine. Accanto a Provenzano, fino al 20 Maggio 1996, c’era Giovanni Brusca, considerato il capo dell’ala militare di Cosa Nostra. Figlio di Bernardo, ex componente della "commissione" nella sua qualità di Boss della famiglia di San Giuseppe Iato, è accusato di crimini orrendi come la strage di Capaci (fu lui ad azionare il congegno che fece saltare in aria il giudice Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), gli attentati a Roma, Milano e Firenze e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di un collaboratore di giustizia, strangolato e dissolto nell’acido. 36 anni, latitante dal 1990, è stato arrestato assieme al fratello Vincenzo nell’Agrigentino mentre alla televisione stava vedendo il film di Michele Placido sulla strage di Capaci. Dopo la cattura di Brusca, oltre a Provenzano, capo indiscusso dell’ala "politica" di Cosa Nostra, alla macchia resta Pietro Aglieri, a cui spetta il compito di ricucire le fila e di rilanciare la mafia sfiancata dagli attacchi concentrici dei pentiti.
- I RITI DI INIZIAZIONE
- Il neofita* prima del giuramento viene cautamente sondato per vedere se è disponibile per partecipare a un non meglio identificato sodalizio volto a proteggere i deboli. Dopo essere stato sondato, viene portato in un luogo appartato (che può essere anche un'abitazione) alla presenza di tre o più uomini d'onore della famiglia e, quindi, il più anziano dei presenti lo avverte che la mafia ha lo scopo di proteggere i deboli ed eliminare le soperchierie. Si buca un dito di una mano del giurante e il sangue viene versato su una qualunque immagine sacra. L'immagine viene posata sulla mano dello stesso e le si dà fuoco. A questo punto il neofita, che deve sopportare il bruciore, la passa da una mano all'altra fino a totale spegnimento, giura di mantenere fede ai principi di "Cosa Nostra", affermando solennemente: "le mie carni devono bruciare come questa "santina" se non manterrò fede al giuramento". Dopo il giuramento - e solo allora - l'uomo d'onore viene presentato al capo famiglia, del quale prima non doveva conoscere la carica, né, tanto meno, l'esistenza di clan e gli viene spiegata l’organizzazione di Cosa Nostra.
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- LA ‘NDRANGHETA
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Il termine ‘Ndrangheta è di incerta derivazione. A parere di alcuni storici sarebbe mediato dal Greco e significherebbe "società degli uomini valorosi".
La parola avrebbe origine dalla forma dialettale "ndrino" (uomo dritto che non piega la schiena)
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Origini storiche
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Le remote origini della ‘Ndrangheta risalirebbero alla "garduna", associazione criminosa che si interessava al gioco e al baratto, costituita a Toledo nel 1412 e portata nell’Italia meridionale dai conquistatori spagnoli, mantenendo alcune caratteristiche poi diventate comuni ad ogni fenomeno mafioso: la "tirata" (ossia il duello di coltello tra gli adepti), il codice d’onore, la legge ferrea dell’omertà.
Comunque sia, le più dirette origini storiche della ‘Ndrangheta vanno ricercate nella camorra napoletana
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Nel 1861, nel 1863 e nel 1865 tre ondate di brigantaggio sconvolgono la Calabria, la Lucania e la Campania. Di esse si hanno scarse e a tratti strumentalizzate notizie, ma è fuor di dubbio che si tratti di una sorta di disperata guerriglia, di una lotta di classe sulla "questione meridionale" i cui capi provengono dalle masse anonime dei contadini renitenti ai vantaggi del governo italiano: la leva obbligatoria, le nuove tasse, la mancanza di opportunità di lavoro, se si esclude il bracciantato agricolo di tradizione feudale ( colonia).
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Dal brigantaggio alla ‘Ndrangheta
Gli storici tendono a scorgere proprio in questa esplosione di brigantaggio il primo vero enuclearsi della mafia calabrese anche se non tutti concordano nell’unificare i due fenomeni. La mafia divenne sinonimo di brigantaggio, camorra, malandrinaggio, senza essere nessuna delle tre cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra è un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è specie di gente volgare, rotta al vizio e che agisce sopra gente di pochissima levatura.
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- Codice e regole della ‘Ndrangheta
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Come ogni associazione la ‘Ndrangheta presenta regole interne, gerarchia, statuti che garantiscono "dignità" alle sue azioni e l’accettazione di esse da parte dell’adepto. Notizie sui codici sociali della ‘Ndrangheta si hanno da varie fonti: dalle testimonianze scritte sequestrate nel corso di perquisizioni alla letteratura mafiosa degli stessi affiliati.
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Il simbolo della ‘ndrina è costituito dall’albero della scienza diviso in sei parti: il fusto (il capo della società o capo bastone, che ha potere di vita e di morte sugli altri affiliati), il rifusto (contabile e maestro di giornata), i rami (camorristi di sgarro e di sangue), i ramoscelli (i picciotti), i fiori (giovani d’onore) e le foglie (traditori destinati a cadere per terra)
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Gli sviluppi della mafia calabrese presentano una certa analogia con quella della camorra e della mafia siciliana. Prevale nella mentalità comune una interpretazione eroica delle cosche mafiose viste come strumenti di assistenza e protezione ai più deboli. L’inizio del secolo è un periodo aureo per "l’onorata società" che si estende già in tutto il territorio della provincia di Reggio. Gli anni dell’immediato dopoguerra registrano una recrudescenza della ‘Ndrangheta ad opera di Rocco Muscari. Questa che imperversa nelle montagne del Reggino è ritenuta responsabile di un omicidio, due tentati omicidi, rapine a contadini, abigeati, ferimenti, nonché di due reati che segnano la nuova specializzazione della mafia calabrese: l’estorsione e il sequestro di persona.
La nuova ‘Ndrangheta
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Negli ultimi decenni la ‘Ndrangheta si trasforma notevolmente: cambiano i reati, le vittime, le armi; resta immutata la zona di operazioni e di rifugio, dal capoluogo all’Aspromonte. Dal settore dell’agricoltura la ‘Ndrangheta si sposta alle attività commerciali, all’edilizia, all’industria. Proprietari, piccoli e grandi operatori economici vengono forzosamente "protetti": nei confronti di coloro che si rifiutano di pagare la "mazzetta" si agisce con gravissimi atti minatori, incendi, attentati. Colonna portante diventa l’industria dei sequestri: persone sono prese in ostaggio, con periodi di prigionia sull’Aspromonte, che vanno da poche ore a molti mesi.
- Conclusioni
- Trarre conclusioni che siano esaurienti e insieme oggettive da un fenomeno estremamente complesso come quello mafioso sarebbe un compito vano e fuorviante.
- Si può comunque trarre qualche breve riflessione dal nostro excursus storico.
- La prima riflessione ci dice che la mafia si è storicamente affermata come un contro-potere : localismo contro centralismo, tradizione contro innovazione, privilegio contro legalità.
- In secondo luogo il potere mafioso sembra essersi affermato come una necessità storica; altre volte è piuttosto apparso come il risultato di un rapido processo di deterioramento del tessuto economico e sociale.
- Viene così confermata la tesi di chi sostiene che la mafia si presenti comunque come un fenomeno degenerativo di una società che non sa più riconoscersi, né affermare i valori etici che sono da sempre il fondamento dell’agire.
Schede di libri sulla mafia
Per l’elaborazione degli argomenti interni alla tematica si è fatto ricorso allo studio e consultazione del testo scolastico “Oltre il Duemila”, Agorà Edizioni, Torino, 2000
Si è inoltre fatto ricorso alla consultazione delle seguenti opere, da cui si è ricavata una sintetica scheda illustrativa :
Per conoscere la mafia. Una bibliografia, a cura di G. R. Lanfranchini e B. Marin, Milano, Strumenti editoriali, 1993.
Nata da un'iniziativa de "La Rivisteria", e' la piu' completa bibliografia sulla mafia - sia pure limitata agli scritti in volume - che sia stata edita in Italia negli ultimi anni. Comincia inevitabilmente ad invecchiare, ma è utilissima per la conoscenza di tutto ciò che è stato scritto sull'argomento fino al 1993.
La mafia. Economia politica società, a cura di E. Morosini e F. Brambilla, Torino, Einaudi Scuola, 1995.
Antologia molto ben curata di scritti sulla mafia, corredata da un'ottima bibliografia e da una completa filmografia.
Di particolare interesse gli ampi brani tratti dal libro di Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un'industra della protezione privata, Torino, Einaudi, 1992.
Umberto Santino, La mafia interpretata, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 1996.
L'autore, un sociologo dell'Università della Calabria, ha cercato di fare il punto sui diversi approcci al fenomeno mafioso presenti nella letteratura scientifica. Lo scopo dichiarato del libro è quello di creare un maggiore collgamento tra studi di discipline diverse (sociologici, economici, politici, giuridici, criminologici).
Molto utile per le indicazioni bibliografiche, estese anche a quanto è stato scritto in altri paesi sull'argomento. Ad esempio, è possibile farsi una bibliografia essenziale sugli approcci all'economia criminale che sono stati tentati nei paesi anglosassoni.
Marcelle Padovani e Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra, Milano, Rizzoli, 1991, anche in edizione economica BUR (Milano, 1993) e in edizione annotata per le scuole (Bompiani, 19..)
E' il libro ideale per iniziare delle letture sulla mafia. E' composto di una lunga intervista che M. Padovani, una giornalista francese, ha fatto al giudice Falcone poco tempo prima della sua morte. Viene considerato come il testamento politico e culturale del coraggioso magistrato siciliano.
Il quadro di Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta è delineato con straordinaria lucidità, e con benemerita facilità di lettura.
Antonino Caponnetto, I miei giorni a Palermo, Milano, Garzanti, 1993.
Scritto da un magistrato di prima linea, racconta, con un equilibrio davvero sorprendente per chi è così direttamente coinvolto nei fatti, l'esperienza vissuta a fianco di Falcone e Borsellino, nel ruolo di Capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.
Il libro arriva fino alle stragi di Capaci e di via D'Amelio e le pagine sui funerali di Borsellino sono così vive da risultare strazianti anche per il lettore più indifferente.
Sul fenomeno mafioso, in specie nei suoi aspetti più recenti, abbiamo inoltre ricavato le seguenti indicazioni bibliografiche :
Nando Dalla Chiesa, Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali, Torino, Einaudi, 1990
Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, Torino, Einaudi, 1992
Corrado Stajano, Un eroe borghese, Torino, Einaudi, 1991
Marco Bettini, Pentito. Una storia di mafia, Torino, Bollati Boringhieri, 1994
Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Milano, Mondadori, 1992, ora anche in edizione economica Oscar Mondadori, 1994
Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1994.
Si tratta del volume più completo e documentato sulla storia della mafia dall'Unità d'Italia ad oggi. E un po' arduo da leggere, ma è sicuramente prezioso per chi voglia davvero approfondire l'argomento: con impegno, ma con notevole soddisfazione.
I giovani e la mafia
Il reclutamento dei giovani è fondamentale per il potere della famiglia.Tutti i capi vogliono famiglie grandi,con tanti soldati giovani e attivi.Anche i soldati anziani sono importanti,perché hanno relazioni con le vecchie personalità del luogo,conoscono molta gente influente nella mafia e fuori,hanno esperienza delle cose di Cosa Nostra.Ma il ruolo principale ,a livello dei soldati è dei giovani.Sono loro che producono,che rappresentano la forza d’urto sulla base della quale viene valutata la potenza di una data famiglia.E’ per questo che bisogna stare molto attenti a non strafare e non farne entrare in famiglia troppi in una volta,a non fare sbagli mettendosi dentro persone inaffidabili,insicure,per amore di potenza e di grandezza.
I giovani uomini d’onore sono preziosi perché sono più forti e più svegli dei vecchi,ma sono irrequieti,tendono a non rispettare la disciplina e la gerarchia,e devono essere governanti con mano ferma.L’obbedienza agli ordini è tutto in famiglia:Il capodecina è importantissimo,proprio per questa ragione,perché da lui dipendono i soldati e le azioni più rischiose.Il capodecina deve essere un conoscitore di uomini.Deve capire come usare i soldati che sono a sua disposizione:se Tizio non è capace di fare un omicidio,allora gli si fa rubare un automobile o un’arma….oppure gli si fa sparare alle gambe a qualcuno,lo si manda a vendere merce rubata o di contrabbando.Si cerca di valorizzare le tendenze e le qualità di ognuno.
La Sacra Corona Unita
La fondazione risale al 1983,la quale s’ispira al modello di ‘nadregheta calabrese.IL nome Sacra Corona viene intesa quella del rosario,e la regione in cui si sviluppò di più fu la Puglia dove fin a quell’epoca non aveva conosciuto questa forma criminalità.
La Sacra Corona unita viene definita quarta mafia,e le sue attività principali si basano sul racket,gioco d’azzardo,contrabbando di sigarette e stupefacenti.
Durante l’immigrazione albanese,avuta recentemente nel nostro paese ha permesso alla delinquenza pugliese di unirsi alla malavita albanese,la quale importa grandi quantità di eroina,hashish e marijuana.
Anche per la sacra Corona Unita i peggiori nemici sono i “pentiti”,con i quali si è concluso nel 1991 un maxiproccesso con pene durissime da scontare.
Si teme però che la Puglia diventerà presto un specie di mercato di droga e che il risveglio della quarta mafia sia terribile e che non sia migliore delle altre forme di criminalità.
Cercheremo, nello spazio esiguo consentito da una breve ricerca, di approfondire l'evoluzione storica della mafia, evidenziandone i momenti sia di continuità che di cambiamento. Molti studiosi fanno partire la storia della mafia dall'Unità d'Italia. E questo non perché prima fosse assente nella Penisola una qualche forma di criminalità che somigliasse a quella mafiosa, ma perché è in quel momento storico che si evidenzia un conflitto palese tra questa criminalità - che va organizzandosi in maniera sempre più rigida - e lo Stato, almeno nelle forme centralistiche e oppressive in cui quest’ultimo si evidenziò all’indomani dell’unità nazionale..
L'Unità d'Italia rafforzò nel Mezzogiorno un processo di fine della struttura feudale delle campagne, nel momento in cui l'economia veniva integrata, seppure faticosamente, a quella del resto del Paese. Come è già stato accennato, il nuovo governo piemontese si sovrappose infatti ad una struttura sociale meridionale già per molti aspetti affermata in modo originale nel tessuto sociale, senza riuscire ad interagire positivamente con essa. Conseguenza di questi cambiamenti fu che nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, che in altri paesi ed anche in altre zone d'Italia fu tipicamente un compito affidato alla classe borghese imprenditoriale, aiutata nella sua affermazione dallo stato liberale, venne assunto da alcuni personaggi che presero il nome di "campieri" (perché controllavano i campi) o "gabelloti", in quanto riscuotevano, per conto del padrone, le "gabelle". Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea come un'organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza, che altrove sono di competenza dello Stato.
Per farlo, i mafiosi ebbero fin dalle origini contatti molto stretti con il potere pubblico. A quell'epoca le collusioni più evidenti erano con il corpo dei "militi a cavallo", una forza di polizia addetta al controllo delle campagne. Poiché tali militi avevano una responsabilità diretta per i danni arrecati alle proprietà rurali, che erano tenuti a risarcire, avevano la tendenza a cercare di evitare i furti, spesso mettendosi d'accordo con briganti e mafiosi perché li facessero in territori non di loro competenza. Ma le collusioni, fin d'allora, non si limitavano ai bassi livelli, ma arrivavano a toccare le autorità prefettizie (che avevano allora molto più potere che oggi) e, segno di grande continuità con l'oggi, i politici. Ed è del tutto naturale che il terreno per queste collusioni era più nelle città, dov'era concentrato il potere politico, che nelle campagne. In questo senso, di recente, S. Lupo ha sostenuto che è un errore considerare la mafia delle origini soltanto come mafia rurale, in quanto il ruolo delle città, come luogo politico e commerciale, era invece molto importante.
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STORIA DELLA PAROLA MAFIA
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L’origine della parola Mafia non è conosciuta precisamente. Secondo una versione dei fatti, nacque dall’invasione francese della Sicilia nel 1282 e dal motto "Morte alla Francia Italia Anela" o M.A.F.I.A.
- Per altri deriva invece dal nome della tribù araba che si stanziò a Palermo(Ma-afir), per altri dal toscano maffìa (miseria);mentre lo studioso del folclore G.Pitrè lo ricava dal vocabolo del gergo palermitano che in origine significava "bellezza, coraggio, superiorità."
Solo nel 1865 venne usato nel suo significato più attuale per indicare un’insolita forma di associazione a delinquere*.
Del tutto fantasiosa è invece l’interpretazione di mafia come acrostico di Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti.(sic!).
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Lo "spirito della mafia" indica una mentalità di eccessivo orgoglio, di prepotenza e superbia, secondo cui per essere veri "uomini d’onore" bisogna far valere le proprie ragioni senza scrupoli morali con ogni mezzo: dal duello rusticano all’agguato con la lupara.
Lo "spirito della mafia" poggia su un codice d’onore, non scritto ma egualmente rispettato, retto da due regole inderogabili: l’omertà, che impone a tutti il più assoluto silenzio e l’avvertimento preliminare dell’avversario nel "regolamento di conti".
- Il rapporto tra gli “uomini d’onore” e gli affiliati è molto stretto, in quanto è proprio da questo che si intrecciano i collegamenti tra affiliati e “cosca”,
- Questa parola deriva dal dialetto siciliano e significa “carciofo” : essa sta ad indicare il rapporto assai stretto che si viene a stabilire tra i membri, uniti tra di loro come le foglie del carciofo.
- Tale rapporto si rinvigorisce, assumendo i tratti tipici della sussidiarietà e del reciproco sostegno e aiuto in caso di necessità, attraverso la ferrea legge storica dell’omertà ( assoluta segretezza circa le informazioni, che possono circolare solo all’interno della ristretta cerchia degli adepti come in tutte le società segrete).
- E’arrivato adesso il momento di riassumere in modo sintetico la storia più recente del fenomeno mafioso.
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Agli inizi del '900 a causa della grave crisi agricola, un' imponente massa di contadini meridionali e in particolare siciliani emigrò nel "Nuovo Mondo", soprattutto negli USA. Dunque la mafia fu trapiantata negli Stati Uniti e si chiamò "mano nera" o anche "Cosa Nostra". Questa nuova organizzazione assunse ben presto caratteristiche gigantesche.
- Nel primo decennio del Novecento Giovanni Giolitti, lo statista più “longevo” della storia recente dell’Italia, si giovò dell’operato degli “uomini d’onore”(i gentiluomini) per rafforzare il controllo governativo dell’elettorato meridionale, specie nelle campagne.
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Durante il regime fascista la mafia siciliana fu sottoposta a severissime misure repressive. Memorabile fu l’opera svolta dal prefetto C. Mori che costrinse numerosi mafiosi a trasferirsi negli Stati Uniti
- .
Al termine della II guerra mondiale la mafia riacquistò vigore grazie all’opera delle truppe d’occupazione e delle popolazioni locali
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L’agitato periodo post-bellico offrì alla mafia l’opportunità di rinforzarsi e di estendere i suoi interessi fino ad occuparsi dello spaccio di droga e del racket del commercio, nel mercato generale, nell’industria e nell’edilizia.
Negli anni '60 una nuova mafia più spietata e sbrigativa di quella tradizionale cominciò a contendere alla mafia "storica" il controllo del territorio.
Le numerose cosche mafiose entrarono in guerra tra loro in un crescendo di violenza, contraddistinta da numerosi delitti "trasversali" (per punire o eliminare intere famiglie).
-
Durante gli anni '80 la mafia ha incrementato ulteriormente il suo potere nonostante l’infaticabile opera degli organi di polizia e della Magistratura.
Numerosi investigatori e magistrati hanno pagato con la vita il loro impegno professionale e civile contro la "Piovra".
Le organizzazioni sindacali stanno organizzando forme di resistenza collettiva alla mafia, consapevoli del fatto che è la solitudine a consentire alla mafia di colpire.
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Fra tutte le numerosissime organizzazioni mafiose, "Cosa Nostra Americana” è quella che raggiunge le dimensioni di un vero e proprio Stato. Non è un’associazione per delinquere, ma un’organizzazione criminale strutturata come uno Stato, con un "popolo" (gli "uomini d’onore"), un "territorio", un "ordinamento giuridico" che prevede regole ataviche, quali l’omertà, il rispetto delle gerarchie, il rigido controllo da parte delle famiglie e delle cosche, lo scopo mutualistico degli associati e le relative sanzioni. "Cosa Nostra" è divenuta un "contropotere criminale", in quanto la sua struttura organizzativa non è protesa solo a consumare delitti, a controllare attività economiche, a conseguire vantaggi ingiusti o allo scambio di voti, ma è altresì volta al perseguimento di vere e proprie strategie, ora in collusione ora in contrasto con i poteri legittimamente costituiti.
- .
Come tutte le società segrete, la mafia ha in genere una struttura di tipo verticale. Il capofamiglia nomina il "sottocapo" ed i capidecina che hanno il compito di coordinare gli uomini d’onore, i picciotti. L’organizzazione base è la famiglia, non quella di sangue, ma un gruppo mafioso che controlla un pezzo di territorio, in genere un paese o un quartiere di una grande città oppure più paesi se questi sono piccoli. E’ una funzione vitale, quella del controllo del territorio, che si snoda attraverso forme di contiguità con ambienti della politica e delle istituzioni.
Sempre più spesso la struttura decisionale ha carattere territoriale (la commissione , l’organismo più importante di Cosa Nostra, in Sicilia. è regionale).
- In questi ultimi si è accresciuto il potere assoluto di alcuni Boss, come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Giuseppe Madonna in Sicilia.Il numero uno è sicuramente Totò Riina e subito dopo viene Giuseppe Madonia. Questi due sono stati anche indicati come rappresentanti mondiali a Palermo, nel senso che vi è un altro organismo più in alto che comanda tutte le famiglie di Cosa Nostra sparse nel mondo. Il 30 Giugno 1992 il pentito Leonardo Messina rivelò ad un pool di magistrati la struttura e gli uomini di Cosa Nostra.
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Oggi a capo di Cosa Nostra ci sarebbe Bernardo Provenzano che molti credevano morto. S’è rifatto vivo dopo l’arresto di Riina con una lettera inviata al Presidente del Tribunale di Palermo. Fotografie vecchie di 30 anni lo descrivono come un tipo biondo e tarchiato. Nessuno da allora lo ha più visto, ma tutti i pentiti sono concordi nel definirlo una belva assetata di sangue, proprio come Riina del quale è stato compagno di giochi e nefandezze. La sua morte era data per certa fino all’aprile 1992, quando la moglie Saveria Palazzolo, ricomparve in paese assieme ai tre figli dopo un’assenza di 10 anni. Come se non fosse successo nulla in tutto quell’arco di tempo, la donna riaprì la vecchia casa e riprese a vivere in mezzo alla gente, lasciando di stucco tutti, compresi i rappresentanti delle forze dell’ordine. Accanto a Provenzano, fino al 20 Maggio 1996, c’era Giovanni Brusca, considerato il capo dell’ala militare di Cosa Nostra. Figlio di Bernardo, ex componente della "commissione" nella sua qualità di Boss della famiglia di San Giuseppe Iato, è accusato di crimini orrendi come la strage di Capaci (fu lui ad azionare il congegno che fece saltare in aria il giudice Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), gli attentati a Roma, Milano e Firenze e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di un collaboratore di giustizia, strangolato e dissolto nell’acido. 36 anni, latitante dal 1990, è stato arrestato assieme al fratello Vincenzo nell’Agrigentino mentre alla televisione stava vedendo il film di Michele Placido sulla strage di Capaci. Dopo la cattura di Brusca, oltre a Provenzano, capo indiscusso dell’ala "politica" di Cosa Nostra, alla macchia resta Pietro Aglieri, a cui spetta il compito di ricucire le fila e di rilanciare la mafia sfiancata dagli attacchi concentrici dei pentiti.
- I RITI DI INIZIAZIONE
- Il neofita* prima del giuramento viene cautamente sondato per vedere se è disponibile per partecipare a un non meglio identificato sodalizio volto a proteggere i deboli. Dopo essere stato sondato, viene portato in un luogo appartato (che può essere anche un'abitazione) alla presenza di tre o più uomini d'onore della famiglia e, quindi, il più anziano dei presenti lo avverte che la mafia ha lo scopo di proteggere i deboli ed eliminare le soperchierie. Si buca un dito di una mano del giurante e il sangue viene versato su una qualunque immagine sacra. L'immagine viene posata sulla mano dello stesso e le si dà fuoco. A questo punto il neofita, che deve sopportare il bruciore, la passa da una mano all'altra fino a totale spegnimento, giura di mantenere fede ai principi di "Cosa Nostra", affermando solennemente: "le mie carni devono bruciare come questa "santina" se non manterrò fede al giuramento". Dopo il giuramento - e solo allora - l'uomo d'onore viene presentato al capo famiglia, del quale prima non doveva conoscere la carica, né, tanto meno, l'esistenza di clan e gli viene spiegata l’organizzazione di Cosa Nostra.
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- LA ‘NDRANGHETA
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Il termine ‘Ndrangheta è di incerta derivazione. A parere di alcuni storici sarebbe mediato dal Greco e significherebbe "società degli uomini valorosi".
La parola avrebbe origine dalla forma dialettale "ndrino" (uomo dritto che non piega la schiena)
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Origini storiche
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Le remote origini della ‘Ndrangheta risalirebbero alla "garduna", associazione criminosa che si interessava al gioco e al baratto, costituita a Toledo nel 1412 e portata nell’Italia meridionale dai conquistatori spagnoli, mantenendo alcune caratteristiche poi diventate comuni ad ogni fenomeno mafioso: la "tirata" (ossia il duello di coltello tra gli adepti), il codice d’onore, la legge ferrea dell’omertà.
Comunque sia, le più dirette origini storiche della ‘Ndrangheta vanno ricercate nella camorra napoletana
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Nel 1861, nel 1863 e nel 1865 tre ondate di brigantaggio sconvolgono la Calabria, la Lucania e la Campania. Di esse si hanno scarse e a tratti strumentalizzate notizie, ma è fuor di dubbio che si tratti di una sorta di disperata guerriglia, di una lotta di classe sulla "questione meridionale" i cui capi provengono dalle masse anonime dei contadini renitenti ai vantaggi del governo italiano: la leva obbligatoria, le nuove tasse, la mancanza di opportunità di lavoro, se si esclude il bracciantato agricolo di tradizione feudale ( colonia).
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Dal brigantaggio alla ‘Ndrangheta
Gli storici tendono a scorgere proprio in questa esplosione di brigantaggio il primo vero enuclearsi della mafia calabrese anche se non tutti concordano nell’unificare i due fenomeni. La mafia divenne sinonimo di brigantaggio, camorra, malandrinaggio, senza essere nessuna delle tre cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra è un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è specie di gente volgare, rotta al vizio e che agisce sopra gente di pochissima levatura.
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- Codice e regole della ‘Ndrangheta
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Come ogni associazione la ‘Ndrangheta presenta regole interne, gerarchia, statuti che garantiscono "dignità" alle sue azioni e l’accettazione di esse da parte dell’adepto. Notizie sui codici sociali della ‘Ndrangheta si hanno da varie fonti: dalle testimonianze scritte sequestrate nel corso di perquisizioni alla letteratura mafiosa degli stessi affiliati.
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Il simbolo della ‘ndrina è costituito dall’albero della scienza diviso in sei parti: il fusto (il capo della società o capo bastone, che ha potere di vita e di morte sugli altri affiliati), il rifusto (contabile e maestro di giornata), i rami (camorristi di sgarro e di sangue), i ramoscelli (i picciotti), i fiori (giovani d’onore) e le foglie (traditori destinati a cadere per terra)
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Gli sviluppi della mafia calabrese presentano una certa analogia con quella della camorra e della mafia siciliana. Prevale nella mentalità comune una interpretazione eroica delle cosche mafiose viste come strumenti di assistenza e protezione ai più deboli. L’inizio del secolo è un periodo aureo per "l’onorata società" che si estende già in tutto il territorio della provincia di Reggio. Gli anni dell’immediato dopoguerra registrano una recrudescenza della ‘Ndrangheta ad opera di Rocco Muscari. Questa che imperversa nelle montagne del Reggino è ritenuta responsabile di un omicidio, due tentati omicidi, rapine a contadini, abigeati, ferimenti, nonché di due reati che segnano la nuova specializzazione della mafia calabrese: l’estorsione e il sequestro di persona.
La nuova ‘Ndrangheta
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Negli ultimi decenni la ‘Ndrangheta si trasforma notevolmente: cambiano i reati, le vittime, le armi; resta immutata la zona di operazioni e di rifugio, dal capoluogo all’Aspromonte. Dal settore dell’agricoltura la ‘Ndrangheta si sposta alle attività commerciali, all’edilizia, all’industria. Proprietari, piccoli e grandi operatori economici vengono forzosamente "protetti": nei confronti di coloro che si rifiutano di pagare la "mazzetta" si agisce con gravissimi atti minatori, incendi, attentati. Colonna portante diventa l’industria dei sequestri: persone sono prese in ostaggio, con periodi di prigionia sull’Aspromonte, che vanno da poche ore a molti mesi.
- Conclusioni
- Trarre conclusioni che siano esaurienti e insieme oggettive da un fenomeno estremamente complesso come quello mafioso sarebbe un compito vano e fuorviante.
- Si può comunque trarre qualche breve riflessione dal nostro excursus storico.
- La prima riflessione ci dice che la mafia si è storicamente affermata come un contro-potere : localismo contro centralismo, tradizione contro innovazione, privilegio contro legalità.
- In secondo luogo il potere mafioso sembra essersi affermato come una necessità storica; altre volte è piuttosto apparso come il risultato di un rapido processo di deterioramento del tessuto economico e sociale.
- Viene così confermata la tesi di chi sostiene che la mafia si presenti comunque come un fenomeno degenerativo di una società che non sa più riconoscersi, né affermare i valori etici che sono da sempre il fondamento dell’agire.
Schede di libri sulla mafia
Per l’elaborazione degli argomenti interni alla tematica si è fatto ricorso allo studio e consultazione del testo scolastico “Oltre il Duemila”, Agorà Edizioni, Torino, 2000
Si è inoltre fatto ricorso alla consultazione delle seguenti opere, da cui si è ricavata una sintetica scheda illustrativa :
Per conoscere la mafia. Una bibliografia, a cura di G. R. Lanfranchini e B. Marin, Milano, Strumenti editoriali, 1993.
Nata da un'iniziativa de "La Rivisteria", e' la piu' completa bibliografia sulla mafia - sia pure limitata agli scritti in volume - che sia stata edita in Italia negli ultimi anni. Comincia inevitabilmente ad invecchiare, ma è utilissima per la conoscenza di tutto ciò che è stato scritto sull'argomento fino al 1993.
La mafia. Economia politica società, a cura di E. Morosini e F. Brambilla, Torino, Einaudi Scuola, 1995.
Antologia molto ben curata di scritti sulla mafia, corredata da un'ottima bibliografia e da una completa filmografia.
Di particolare interesse gli ampi brani tratti dal libro di Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un'industra della protezione privata, Torino, Einaudi, 1992.
Umberto Santino, La mafia interpretata, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 1996.
L'autore, un sociologo dell'Università della Calabria, ha cercato di fare il punto sui diversi approcci al fenomeno mafioso presenti nella letteratura scientifica. Lo scopo dichiarato del libro è quello di creare un maggiore collgamento tra studi di discipline diverse (sociologici, economici, politici, giuridici, criminologici).
Molto utile per le indicazioni bibliografiche, estese anche a quanto è stato scritto in altri paesi sull'argomento. Ad esempio, è possibile farsi una bibliografia essenziale sugli approcci all'economia criminale che sono stati tentati nei paesi anglosassoni.
Marcelle Padovani e Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra, Milano, Rizzoli, 1991, anche in edizione economica BUR (Milano, 1993) e in edizione annotata per le scuole (Bompiani, 19..)
E' il libro ideale per iniziare delle letture sulla mafia. E' composto di una lunga intervista che M. Padovani, una giornalista francese, ha fatto al giudice Falcone poco tempo prima della sua morte. Viene considerato come il testamento politico e culturale del coraggioso magistrato siciliano.
Il quadro di Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta è delineato con straordinaria lucidità, e con benemerita facilità di lettura.
Antonino Caponnetto, I miei giorni a Palermo, Milano, Garzanti, 1993.
Scritto da un magistrato di prima linea, racconta, con un equilibrio davvero sorprendente per chi è così direttamente coinvolto nei fatti, l'esperienza vissuta a fianco di Falcone e Borsellino, nel ruolo di Capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.
Il libro arriva fino alle stragi di Capaci e di via D'Amelio e le pagine sui funerali di Borsellino sono così vive da risultare strazianti anche per il lettore più indifferente.
Sul fenomeno mafioso, in specie nei suoi aspetti più recenti, abbiamo inoltre ricavato le seguenti indicazioni bibliografiche :
Nando Dalla Chiesa, Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali, Torino, Einaudi, 1990
Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino, Torino, Einaudi, 1992
Corrado Stajano, Un eroe borghese, Torino, Einaudi, 1991
Marco Bettini, Pentito. Una storia di mafia, Torino, Bollati Boringhieri, 1994
Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Milano, Mondadori, 1992, ora anche in edizione economica Oscar Mondadori, 1994
Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1994.
Si tratta del volume più completo e documentato sulla storia della mafia dall'Unità d'Italia ad oggi. E un po' arduo da leggere, ma è sicuramente prezioso per chi voglia davvero approfondire l'argomento: con impegno, ma con notevole soddisfazione.
I giovani e la mafia
Il reclutamento dei giovani è fondamentale per il potere della famiglia.Tutti i capi vogliono famiglie grandi,con tanti soldati giovani e attivi.Anche i soldati anziani sono importanti,perché hanno relazioni con le vecchie personalità del luogo,conoscono molta gente influente nella mafia e fuori,hanno esperienza delle cose di Cosa Nostra.Ma il ruolo principale ,a livello dei soldati è dei giovani.Sono loro che producono,che rappresentano la forza d’urto sulla base della quale viene valutata la potenza di una data famiglia.E’ per questo che bisogna stare molto attenti a non strafare e non farne entrare in famiglia troppi in una volta,a non fare sbagli mettendosi dentro persone inaffidabili,insicure,per amore di potenza e di grandezza.
I giovani uomini d’onore sono preziosi perché sono più forti e più svegli dei vecchi,ma sono irrequieti,tendono a non rispettare la disciplina e la gerarchia,e devono essere governanti con mano ferma.L’obbedienza agli ordini è tutto in famiglia:Il capodecina è importantissimo,proprio per questa ragione,perché da lui dipendono i soldati e le azioni più rischiose.Il capodecina deve essere un conoscitore di uomini.Deve capire come usare i soldati che sono a sua disposizione:se Tizio non è capace di fare un omicidio,allora gli si fa rubare un automobile o un’arma….oppure gli si fa sparare alle gambe a qualcuno,lo si manda a vendere merce rubata o di contrabbando.Si cerca di valorizzare le tendenze e le qualità di ognuno.
La Sacra Corona Unita
La fondazione risale al 1983,la quale s’ispira al modello di ‘nadregheta calabrese.IL nome Sacra Corona viene intesa quella del rosario,e la regione in cui si sviluppò di più fu la Puglia dove fin a quell’epoca non aveva conosciuto questa forma criminalità.
La Sacra Corona unita viene definita quarta mafia,e le sue attività principali si basano sul racket,gioco d’azzardo,contrabbando di sigarette e stupefacenti.
Durante l’immigrazione albanese,avuta recentemente nel nostro paese ha permesso alla delinquenza pugliese di unirsi alla malavita albanese,la quale importa grandi quantità di eroina,hashish e marijuana.
Anche per la sacra Corona Unita i peggiori nemici sono i “pentiti”,con i quali si è concluso nel 1991 un maxiproccesso con pene durissime da scontare.
Si teme però che la Puglia diventerà presto un specie di mercato di droga e che il risveglio della quarta mafia sia terribile e che non sia migliore delle altre forme di criminalità.
